Con l’avvio della nuova amministrazione Ying-jeou, Taiwan accelera i passi verso una totale dipendenza dalla Cina. Il Governo di Taipei ha infatti approvato la lista dei settori dell'economia taiwanese che saranno aperti agli investimenti cinesi: include 139 tipi diverse categorie di attivita'. Sono pochi i settori esclusi:principalmente la filiera del silicio (microchip) e dei cristalli liquidi, dove Taiwan ritiene di avere ancora un vantaggio tecnologico sulla Cina. Si aggiunge un limite del 50% nei servizi di telecomunicazione e il divieto a imprese cinesi di partecipare ad appalti nell'industria delle costruzione. Si invertono cosi' i flussi finanziari: fino a oggi erano state le imprese taiwanesi a investire in Cina.
Il cambiamento e' anche conseguenza della crisi finanziaria: l'economia taiwanese, fortemente orientata all'export sui mercati occidentali ha evidentemente risentito del crollo delle importazioni statunitensi. Ora Taiwan si attende un rilancio grazie all'afflusso di capitali cinesi. In giugno ci sono state visite di decine di delegazioni imprenditoriali dalla Cina e già si parla di investimenti annunciati per 68 miliardi di dollari. Sono le solite cifre ‘sparate’ ma è evidente che, vista la sproporzione delle forze in campo, con l’arrivo dei capitali cinesi, Taiwan risulta sempre più accerchiata dalla Cina.
Ying-jeou è stato eletto dalla maggioranza dei taiwanesi. Quindi si deve supporre che la popolazione locale sia in buona parte o desiderosa o rassegnata a cedere prima o poi alle richieste di annessione da parte di Pechino.
Probabilmente è inevitabile ma, come osservatore esterno non posso fare a meno di sospettare che questa ‘rassegnazione’ di Taiwan dipenda anche dalla totale passività della comunità internazionale (non solo i Governi ma anche i movimenti politici e di opinione) di fronte al vergognoso isolamento imposto a questo Paese da Pechino. Ricordo che la Cina
C’è una strana complicità in questo ‘silenzio’ che coinvolge l’intera comunità dei sinologi, italiani e non, oltre che dei partiti di sinistra. Soprattutto credo che si sottovaluti quanto l’esistenza di una Taiwan ‘democratica’ sia importante sotto il profilo politico. Di fronte a un modello – quello di Pechino – che sotto molti aspetti sembra peggiorare invece che migliorare (censura dei media e di internet, arresti di chi partecipa a manifestazioni di protesta,mobilitazione di squadre di delatori) l’esistenza di una ’altra Cina’ era, ed è un elemento di riferimento importante. Una realtà diversa, indubbiamente di disturbo, con cui anche Pechino doveva fare in conti. Inutile giocare con le parole e bizantineggiare sulla storia: è questa diversità che Pechino vuole togliere di mezzo. Giocando al gatto col topo.